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Sanità, l’allarme dei medici umbri: “Necessarie risorse e personale”

Written by on 15/06/2023

Sanità, l’allarme dei medici umbri: “Necessarie risorse e personale”

L'appello rivolto alla politica nazionale e regionale dall'intersindacale medica dell'Umbria

15/06/2023

L'incontro

L'incontro

Un sistema sanitario “in lenta decadenza e sempre più verso la sua fine, con un impoverimento progressivo forse non più sanabile deve tornare ad essere unico, equo e pubblico”: è il “disperato appello” rivolto giovedì alla politica nazionale e regionale dall’intersindacale medica dell’Umbria. “Salviamo la sanità pubblica dalla deriva del servizio sanitario nazionale” è stato il tema di un’assemblea nella quale medici, veterinari e dirigenti sanitari appartenenti a otto sigle sindacali – Aaroi, Anaao, Cimo Fesmed, Fassid, Fvm, Cgil, Cisl e Uil – hanno tenuto a Perugia. L’appuntamento, a cui hanno partecipato alcune associazioni dei cittadini e rappresentanti delle istituzioni locali e regionali, è inserito tra le analoghe iniziative che in contemporanea in tutti i capoluoghi di regione hanno acceso i riflettori sulle criticità della sanità in tutta Italia.

Sanità e privati

“Manifestiamo – ha spiegato Giovanni Lovaglio, portavoce intersindacale Medica dell’Umbria – contro una demolizione scientifica e sistematica del Sistema sanitario nazionale. Un percorso che non inizia adesso, ma parte da lontano e dalla riforma De Lorenzo del 1992. C’è un percorso politico senza colori che ha portato a una deriva neoliberista che ha messo in mano al mercato il sistema sanitario nazionale e che vuole portare la sanità verso i privati”. I protagonisti dell’assemblea hanno quindi affronteranno nel dettaglio temi e argomenti specifici che a loro avviso rappresentano le maggiori criticità della Sanità regionale. Una “marea di criticità”, è stato sottolineato. In particolare, facendo riferimento ai dati, si è parlato di “sotto-finanziamento” del Sistema sanitario nazionale, di “carenza di personale e inadeguatezza” del parco tecnologico, di liste d’attesa, di “instabilità politica-istituzionale” del Sistema sanitario regionale, di programmazione sanitaria regionale e di convenzione Regione-Università, del rapporto tra sanità pubblica e privata, di “inadeguatezza” delle strutture sanitarie. “Molta della popolazione in Umbria, quasi 100 mila cittadini stimiamo, non ha più neanche l’assistenza primaria” ha commentato Lovaglio.

Ascoltati dalla politica

“Il fatto che 39 aziende in tutta Italia stiamo manifestando nello stesso momento – ha affermato Cristina Cenci, presidente regionale federazione Cimo Fesmed – significa che c’è un malessere montante perché abbiamo toccato il fondo con il Covid e adesso vogliamo solo risalire. Tutte le regioni si sono mobilitate, e siamo qua con tante sigle sindacali ma senza bandiere perché ne abbiamo una unica. Vogliamo infatti essere una cosa sola rappresentata nel logo da due mani, quella dei professionisti e dei cittadini, che disegnano un cuore. Vogliamo perseguire lo stesso scopo, difendere e tutelare il sistema sanitario pubblico, ed essere ascoltati dalla politica”.

Situazione diversa

“In Umbria la situazione non è molto diversa dal resto d’Italia e noi non ne facciamo una colpa al singolo governo regionale che si è avvicendato negli ultimi venti anni” ha proseguito Cenci. “Paghiamo però – ha aggiunto – una mancata programmazione sanitaria, 200 posti letto ospedalieri che rispetto al massimo consentito da standard non abbiamo, il mancato funzionamento della macchina organizzativa ospedaliera e lo scotto della mancata programmazione sulle strutture complesse sanitarie, perché ne dovremmo avere 111 in tutta la regione e sono coperte da titolare solo 88, con un sistema quindi decapitato. Scontiamo poi anche la carenza di personale con il mancato ripristino del normale turnover che ha portato rispetto al 2018 ad avere 288 dirigenti medici in meno. Questo comporta per i cittadini – ha concluso – un servizio sanitario che non corrisponde alle loro aspettative con la colpa che viene data al medico per tutto quello che non funziona e questo significa anche l’aumento dell’aggressività nei reparti”.


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