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Talenti all'estero, a Umbria Radio parla la giovane ricercatrice perugina Chiara Petroselli: "In Artico per studiare i cambiamenti climatici"

Written by on 18/04/2017

Talenti all'estero, a Umbria Radio parla la giovane ricercatrice perugina Chiara Petroselli: "In Artico per studiare i cambiamenti climatici"

18/04/2017

PERUGIA – Chiara Petroselli, 26 anni perugina, è la più giovane dei sette ricercatori attualmente impegnati nella stazione artica ‘Dirigibile Italia’ del Cnr, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, a 79° di latitudine Nord. Dottoranda in chimica all’Università di Perugia, ha accettato la proposta di restare tre mesi fra i ghiacci delle isole Svalbard, un arcipelago del Mare Glaciale Artico, per fare ricerca nella stazione italiana. Un centro multidisciplinare aperto nel 1997 dove dal 2011 si studiano, in modo più approfondito e continuativo, i cambiamenti climatici globali. Raggiunta via Skype da Umbria Radio, ha raccontato in cosa consiste la sua ricerca.

Chiara Petroselli, da tre mesi, vive nella base artica ‘Dirigibile Italia’ situata a Ny-Alesund nelle isole Svalbard.
Chiara, su cosa si incentrano i tuoi studi al Polo Nord?
“La base di ricerca ‘Dirigibile Italia’ alle isole Svalbard è gestita dal Cnr, Consiglio nazionale delle ricerche, e qui arrivano tanti gruppi da tutta Italia per fare ricerche sull’inquinamento atmosferico, sulla neve, sul ghiaccio ma arrivano anche tanti biologi che si occupano sia degli ecosistemi terrestri che di quelli marini. Il mio studio si incentra sul particolato atmosferico quindi andiamo a campionare e studiare le particelle sospese in atmosfera che vengono emesse, principalmente ma non solo, dalle attività umane. Quello che accomuna tutte le ricerche che vengono svolte nella base è lo studio dei cambiamenti climatici, perché i cambiamenti climatici qui al Polo Nord, come anche al Polo Sud, hanno degli effetti che sono molto più amplificati e molto più rapidi rispetto al resto del globo”.
In cosa consiste nel concreto il tuo lavoro?
“Il mio lavoro consiste nell’occuparmi del laboratorio di campionamento di particolato atmosferico che abbiamo in un sito a circa un chilometro dalla base, per evitare le contaminazioni umane. Poi chiaramente c’è tutta una parte di supporto alla logistica della base per chi arriva, per i gruppi di ricercatori, per mantenere i contatti con le basi degli altri paesi. Poi quando uno è qui cerca di approfittare il più possibile delle occasioni che capitano, per esempio sono andata in ghiacciaia a campionare la neve con un gruppo, sono andata in barca per recuperare dei registratori sottomarini con un altro gruppo, per cui cerco di sfruttare al meglio queste opportunità”.
Come ha fatto una ricercatrice di Perugia ad arrivare al Polo Nord?
“La base ‘Dirigibile Italia’ è stata aperta nel 1997 e, dal 2011, in maniera un po’ più continuativa, si fanno delle misure per fare luce sui cambiamenti climatici. Nel mio gruppo di ricerca c’è questo progetto, che viene portato avanti da diversi anni, sulla realizzazione di profili verticali di aerosol e parametri meteo con l’utilizzo del pallone aerostatico frenato. Io sono qui un po’ per caso. Nella base c’è sempre necessità di qualcuno che dia continuità alla parte logistica e al lavoro di laboratorio, perché ci sono degli strumenti che campionano tutti i giorni e quindi, tutti i giorni, è necessario qualcuno che se ne occupi. Nel mio dottorato in chimica ambientale sto studiando il particolato atmosferico. Quando mi è stata fatta la proposta di venire qui da parte del Cnr non ho potuto dire di no. Si tratta di un’opportunità enorme: venire qui, fare ricerca qui, contribuire alla ricerca italiana ma anche poter interagire con ricercatori da tutto il mondo. Non sono partita, comunque, senza pensieri: è sempre un posto ai confini del mondo e ci sono una serie di aspetti della vita quotidiana ai quali non siamo abituati a pensare, però l’opportunità lavorativa e di crescita personale che avrei avuto da questa esperienza mi ha fatto superare le paure iniziali”.
Sei l’unica che proviene da Perugia?
“C’è il mio supervisore, il professor David Cappelletti che viene qui periodicamente da almeno 4-5 anni. Ma sono la prima dottoranda, un piccolo orgoglio per l’Università della mia città. Sicuramente cerchiamo di portare quassù quelle che sono le nostre competenze, cerchiamo di fare sempre del nostro meglio. Ma tutta l’Italia qui ha diverse infrastrutture, dalla base di ricerca con laboratori e posti letto, alla torre dei cambiamenti climatici: è alta 34 metri e misura i parametri meteorologici a diverse altezze. È uno strumento molto importante per costruire una serie storica di dati che ci consenta di avere qualche informazione a lungo termine su quello che sta avvenendo. Solo così potremo fare previsioni per i prossimi anni”.
Quali sono i risultati della vostra ricerca?
“Per rispondere a questa domanda sono necessarie una serie di dati molto prolungati nel tempo. Servono almeno 10 -20 anni per avere dei risultati stimabili, però già dalle misure di temperatura che vengono eseguite alla torre meteorologica che abbiamo qui, si vede che la temperatura si è innalzata negli ultimi anni e anche da diversi studi sul ghiaccio marino constatiamo che l’estensione e la durata del ghiaccio marino nel fiordo si è molto ridotta per cui, di fatto, il mare non si ghiaccia più. Questo è un indice del fatto che il pianeta si sta scaldando”.
Hai parlato di previsioni. Cosa potete verificare oltre ai cambiamenti climatici? Cosa si può prevedere a grandi linee?
“Quello che vediamo è che al Polo Nord accadono cambiamenti molto più rapidi rispetto al resto del mondo. Cambiamenti nella temperatura e nelle condizioni del pianeta ci sono sempre stati, ma in migliaia di anni. Quello che sta succedendo ora è improvviso e molto accentuato. Proprio per questo non è possibile sostenere che il cambiamento climatico non esista o che non sia dovuto ad attività umane. È vero, come dicono i contestatori, che i cambiamenti climatici sono sempre esistiti, ma non sono mai stati così rapidi. Tutto quello che vediamo oggi sta avvenendo dall’inizio dell’era industriale, meno di trecento anni fa, mentre prima si parlava di ere geologiche. E purtroppo se non facciamo qualcosa per limitare l’impatto dell’uomo, la situazione peggiorerà sempre”.
Com’è vivere senza le comodità che avevi qui a Perugia?
“Disintossicante, in qualche modo, si riscoprono i veri rapporti con le persone. Qui in città, fino alla settimana scorsa, eravamo 64 persone tra ricercatori e persone che lavorano qui per cui sto riscoprendo una dimensione di condivisione e socialità che da noi si è un po’ persa. Effettivamente comunicare a casa solo attraverso un computer non è così semplice, però staccare dal cellulare e da tutti i mezzi di comunicazione che abbiamo nella quotidianità mi ha aiutata e fino, ad ora, non ne ho sentito la mancanza.”
Ovviamente, ti sarai dovuta adattare ad un modo di vivere completamente diverso, penso al freddo e al ritmo giorno/notte. 
“Le temperature quando sono arrivata erano intorno ai -21 gradi, percepita -30 per colpa del vento. Ora siamo ai -10, con percepita -15, però stiamo andando verso le 24 ore di luce. Il primo sole di mezzanotte dovrebbe essere domani (il 19 aprile ndr). Quando sono arrivata c’erano ancora delle ore di buio e man mano ogni giorno la luce cambiava, c’è una grossa parte di giornata che si apre e cambiano anche un po’ i ritmi. Bisogna un po’ forzarsi a mantenere certi ritmi, ad andare a dormire ad una certa ora svegliarsi ad una certa ora altrimenti lavorare diventa impossibile”.
Oltre alle ricerche però, avrete anche a che fare con la fauna locale. Siete addestrati agli incontri con gli orsi?
“Assolutamente si. C’è possibilità di incontrare orsi in qualsiasi momento e in qualsiasi posto. È successo anche diverse volte che orsi venissero in città, bisogna seguire un corso di sicurezza e imparare ad usare il fucile per difendersi. Fuori dalla città è impossibile girare disarmati”.
Ma potete ucciderli o i fucili sono caricati con tranquillanti?
“La prima lezione è facile: se vedi un orso o le sue tracce, allora cambia strada. Noi comunque  abbiamo sempre dietro una pistola da segnalazione che serve a spaventarli e ad allontanarli. Poi, se l’orso attacca possiamo sparare per uccidere, ma è un reato gravissimo e questa è un’eventualità che va a tutti i costi evitata. Io non l’ho mai fatto, ho sparato solo al poligono, e spero di non doverlo mai fare”.
Una volta terminato questo periodo, ti piacerebbe tornare o la tua esperienza al Polo Nord si concluderà qui?
“Non lo so, al momento non ho informazioni in questo senso. Non è detto che in futuro con qualche progetto di altro tipo non si possa tornare”.


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