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‘Migrazione circolare e sviluppo’, a confronto con Marta Lovison

Written by on 03/06/2022

‘Migrazione circolare e sviluppo’, a confronto con Marta Lovison

Autrice del libro scritto insieme a Piero Sunzini, direttore di Tamato Ong di Perugia

03/06/2022

migrazione sviluppo marta lovison

Tra i temi trattati nel libro anche il progetto di rientro Rasad di Tamat

‘Migrazione circolare e sviluppo’ è il titolo del libro scritto a quattro mani da Marta Lovison di Ismu e Piero Sunzini di Tamat Ong di Perugia. Attraverso il racconto dell’esperienza di Tamat, organizzazione non governativa di Perugia impegnata in vari progetti di ‘rientro’ in varie parti del mondo, gli autori cercano di spiegare la connessione tra i fenomeni migratori, le diaspore, le organizzazioni non governative, le istituzioni e la possibilità di uno sviluppo per i paesi che accolgono ma anche per quelli da qui molti migranti partono. 7

Ismu e Tamat insieme nella cooperazione

Marta Lovison è una sociologa delle migrazioni ed esperta di formazione e processi organizzativi, dal 2005 è impegnata in progetti di ricerca e intervento sui temi delle migrazioni e dell’integrazione. Dal 2008 collabora con la Fondazione ISMU dove si occupa principalmente di coordinamento, monitoraggio e valutazione dei progetti e di ricerca sul campo, oltre che di supporto e consulenza alle pubbliche amministrazioni. Ismu è una Fondazione con sede a Milano, scaturita dall’omologa istituzione della Cariplo, che ha scelto la multietnicità come perno di attività e ricerche; redige – tra l’altro – un proprio Rapporto annuale sulle migrazioni, giunto alla 27ma edizione.
Ente di ricerca scientifica impegnato dal 1991 nello studio dei fenomeni migratori e dell’incontro tra culture, Ismu ha firmato un accordo di collaborazione con Tamat, nell’estate 2021, per la conoscenza dei paesi di provenienza della migrazione africana dove questa OSC con radici in Umbria opera in progetti di cooperazione internazionale, da molti anni. L’impegno profuso ogni anno dalla fondazione milanese per riorganizzare dati e conoscenze sui fenomeni migratori, rinforza il metodo scientifico con cui andrebbero elaborate le politiche governative di risposta nei paesi industrializzati. Sono invece le organizzazioni della società civile che sperimentano soluzioni per la molteplicità di domande sottostanti allo spostamento geografico di un numero crescente di persone in tutto il pianeta: riscaldamento globale con il portato di siccità, desertificazione, degrado ambientale; conflitti armati con tutte le ricadute di violenza a partire dai settori più fragili delle società locali (donne, bambine e bambini, persone anziane, soggetti con svantaggi fisici e psichici). Ecco allora la scelta di strutturare reti di collaborazione fortemente integrata tra soggetti attivi nella cooperazione internazionale: Ismu e Tamat ne costituiscono un nodo di indiscutibile robustezza.

Progetti di ‘ritorno’ e sviluppo

Nel libro di Lovison e Sunzini si cerca di  sistematizzare una riflessione avviata tra Tamat e Ismu sul progetto ‘Rasad’, un’esperienza ‘di ritorno’, di rientro, dei migranti di origine burkinabè  in Italia. Rasad è progetto di cooperazione internazionale realizzato da Tamat in Burkina Faso che ha al suo interno una “piccola sperimentazione, diciamo una sperimentazione di rientro assistito – spiega Marta Lovison ai microfoni della trasmissione Mondo Migliore di Umbria Radio -. Non lo chiamo rientro volontario assistito perché in Italia rientro volontario assistito è una nominazione tecnica di un processo istituzionale governato dal Ministero dell’Interno su mandato europeo, con delle caratteristiche specifiche. Rasad, invece, è un progetto sperimentale realizzato da Tamat che ha elle differenze sostanziali rispetto ai programmi di rientro volontario assistito istituzionali”. Al centro del progetto il concetto di ‘migrazione circolare’ perché “questo Rasad dimostra che nel momento in cui si ragiona di rientri assistiti, senza la clausola del ‘non ritorno’, si riescono ad attivare processi virtuosi di migrazione circolare che non si limitano più al solo ritorno ma mettono in atto processi  interessanti dal punto di vista dello sviluppo del in termini globali”.  Nel libro si riflette, dunque, di migrazione transnazionale e del ruolo che le diaspore giocano in in questo senso perché “nella pratica, la migrazione transnazionale e la migrazione circolare esistono, sono processi in corso qui e ora, anzi forse ormai da qualche  decina d’anni” commenta Lovison. “La migrazione è tutto fuorché un processo rigido. Sappiamo che le persone che vengono in Italia nel momento in cui riescono a stabilizzare la propria posizione, con un permesso di soggiorno a tempo indeterminato che quindi non è più vincolato alla necessità di avere un lavoro, gli permette di attivare una serie di processi che parlano di transnazionalismo, parlano di vite transnazionali, di persone che hanno avuto un processo migratorio verso paesi più ricchi, dove hanno costruito una professionalità una stabilità permettendo loro, nel momento in cui non sono più vincolati a stare stabilmente in Italia, di poter tornare anche nel paese di origine, non in pianta stabile ma in una una forma, appunto, transnazionale”. Grazie al progetto Rasad, che appunto si occupa di ‘ritorno’, si è potuto attivare un processo articolato che ha permesso a persone, le cui storie sono raccontate nel libro di Lovison e Sunzini, di avviare delle attività imprenditoriali nei loro paesi “nonostante continuino a vivere tra l’Italia al Burkina Faso”. La forza del progetto, e lo sviluppo generato sta nel fatto che, sottolinea la ricercatrice “le attività imprenditoriali aperte nel paese d’origine hanno una maggiore stabilità che viene garantita dal fatto che queste persone mantengono un lavoro in Italia e hanno quindi maggio risorse da investire nel loro paese nel quale, oltre ad ottenere dei ricavi personali, generano dei processi di sviluppo per l’intera comunità che può così avere nuove occasioni di lavoro. Si tratta, dunque, di un processo traslazionale – conclude Lovison – che ha veramente un effetto positivo sia per il paese d’origine che per quello di accoglienza”.


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