‘Il Futuro non (si) chiude’: Confcommercio Umbria aderisce alla campagna

Written by on 24/03/2021

‘Il Futuro non (si) chiude’: Confcommercio Umbria aderisce alla campagna

"Il decreto Sostegni è insufficiente: fateci lavorare!" l'appello del presidente Mencaroni

24/03/2021

Il logo della campagna di Confcommercio 'Il Futuro non (si) chiude'

'Il Futuro non (si) chiude': Confcommercio Umbria aderisce alla campagna

PERUGIA- Confcommercio Umbria aderisce alla campagna nazionale Il Futuro non (si) chiude.

“L’arrivo dell’atteso decreto Sostegni del governo Draghi ha purtroppo suscitato ancora una volta insoddisfazione e frustrazione tre imprenditori e professionisti. Le indispensabili attività di contrasto alla pandemia devono andare di pari passo con la difesa del tessuto produttivo fino al momento della ripartenza. Ma con questi aiuti non ce la possiamo fare. L’unico modo per aiutare veramente le imprese è farle lavorare. Il nostro appello è rivolto a Regione e Governo: fateci lavorare!”

E’ questo il giudizio di Giorgio Mencaroni, presidente di Confcommercio Umbria, che aderendo alla campagna Il Futuro non (si) chiude, si fa così portavoce delle migliaia di imprese umbre che stanno pagando un conto pesantissimo alla pandemia, ma che non vogliono arrendersi e chiedono, in sicurezza, di poter ripartire.

“Per quanto riguarda il contrasto alla pandemia -sottolinea il presidente di Confcommercio Umbria– bisogna accelerare il più possibile i tempi della campagna di vaccinazione evitando, però, l’adozione di strategie di contrasto dell’epidemia incentrate su lockdown e limitazioni di circolazione, che sono economicamente e socialmente insostenibili. Quello che serve, è una strategia articolata che consenta un salto di qualità per far convivere salute e lavoro e mettere, quindi, il sistema in condizione di ripartire subito e in sicurezza.

Per Confcommercio, è fondamentale poter riaprire e lavorare rispettando, naturalmente, tutte le regole e i protocolli di sicurezza a tutela della salute di tutti: imprenditori, collaboratori e consumatori.

La seconda priorità -aggiunge il presidente Mencaroni- riguarda essenzialmente il nodo dei ristori e indennizzi e degli ammortizzatori sociali. I nostri settori sono quelli maggiormente colpiti dagli effetti della pandemia e dei conseguenti provvedimenti adottati.

Per questo, servono ristori più adeguati in termini di risorse, più inclusivi in termini di parametri d’accesso, più tempestivi in termini di meccanismi operativi.

Occorrono anche interventi per ridurre o azzerare la pressione di imposte e tributi locali nei confronti delle imprese rimaste chiuse o fortemente penalizzate per i vari lockdown. Sul versante degli ammortizzatori sociali, occorre inoltre una riforma strutturale di questo strumento e una ampia proroga della Cassa Covid-19″.

 

Gli effetti della crisi Covid sulle imprese

L’emergenza Covid si è abbattuta in maniera drammatica sul sistema di imprese colpendo, in particolare, le filiere del turismo, della ristorazione e tutto il comparto della cultura e del tempo libero (attività artistiche, sportive e di intrattenimento), ma anche il commercio al dettaglio, soprattutto abbigliamento, con crolli verticali di fatturato e la chiusura definitiva di tantissime imprese.

Secondo i dati dell’Ufficio Studi di Confcommercio, solo nel comparto della ristorazione le perdite di fatturato nel 2020 hanno raggiunto in Italia i trentotto miliardi, con la chiusura di circa ventitre mila imprese; la filiera del turismo ha registrato una perdita di valore della produzione di cento miliardi, solo il comparto ricettivo ha perso oltre tredici miliardi di fatturato; nel commercio al dettaglio, il settore abbigliamento e calzature ha perso  venti miliardi di consumi con la chiusura definitiva di ventimila negozi; nel commercio su aree pubbliche si registrano cali fino a circa dieci miliardi e trentamila imprese a rischio chiusura; nel settore degli spettacoli le perdite hanno superato un miliardo, in termini di mancati incassi, tra cinema e spettacoli dal vivo (musica, teatro, lirica, danza); nel settore del gioco pubblico da inizio pandemia si sono persi circa cinque miliardi di euro di gettito per lo Stato e circa quattro miliardi di ricavi per il comparto nel quale sono a rischio settantamila imprese.


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