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Cordoglio in Umbria per la scomparsa di Peter Brook

Written by on 03/07/2022

Cordoglio in Umbria per la scomparsa di Peter Brook

Il ricordo della Fondazione Festival dei Due Mondi e il saluto del direttore del TSU Nino Marino

03/07/2022

peter brook

Il regista Peter Brook

Cordoglio anche in Umbria per la scomparsa di Peter Brook, una delle più grandi figure della scena teatrale
internazionale venuta a mancare all’età di 97 anni.

Ospite del Festival di Spoleto nel 2010 con Eleven and Twelve / 11 and 12, spettacolo tratto dal libro dello scrittore africano Amadou Hampatè Bâ sulla vita e gli insegnamenti di Tierno Bokar, lo ricordano con grande stima la Fondazione Festival dei Due Mondi e la direttrice artistica Monique Veaute.

Il ricordo del Festival dei Due Mondi

“Tra i più grandi maestri del Novecento -è scrivono in una nota- nel corso della sua lunga carriera di regista, ha ridefinito il modo di concepire la scena grazie a produzioni celebrate per aver spogliato il teatro del superfluo e per aver ridotto il dramma all’essenziale”.

Il saluto del direttore del TSU Nino Marino

“Se ne è andato il più grande maestro e regista del ‘900.

E, anche se lui non voleva essere chiamato maestro, sono convinto che non ci sia definizione migliore per chi ha reinventato e rivoluzionato l’arte della messa in scena a livello mondiale”.

Così Nino Marino, direttore del Teatro Stabile dell’Umbria, si unisce al cordoglio per la scomparsa di Peter Brook, da molti anni in strettissimo rapporto di stima, rispetto e collaborazione con il Tsu, seguito sempre dalla sua assistente e regista Marie-Hélène Estienne.

Ta main dans la mienne, The Valley of Astonnishment, Why ?, Battlefield, The Suit, The Prisoner, fino all’ultimo Tempest Project (in scena nel novembre dello scorso anno) sono le ultime creazioni di Peter Brook presentate in anteprima assoluta al Teatro Cucinelli di Solomeo.

La Tempesta -prosegue Nino Marino- è la creazione con cui Shakespeare ha voluto congedarsi e riporre le armi della magia. Mi piace pensare che non sia un caso che proprio l’ultimo spettacolo di Brook corrisponda a quello del drammaturgo e poeta inglese con cui passava la vita a dialogare, come raccontò lui stesso una sera a Brunello Cucinelli. Ricordo che alla prima italiana di Tempest Project ci chiamò dalla sua casa a Parigi per sapere com’era andato il debutto e come aveva reagito il pubblico. Gli facemmo ascoltare gli applausi dal telefono… fu un momento emozionante, di profonda umanità e amicizia che non potrò mai dimenticare”.

 

La lunga carriera di Peter Brook

Il teatro è stato nella vita di Peter Brook sin da quand’ era ragazzo, se firma la sua prima regia a 18 anni e quindi si fa notare come interprete delle opere di Shakespeare, tanto da diventare, prima, direttore del London’ s Royal Opera House e, nel 1962, della Royal Shakespeare Company, dove affianca ai classici una serie di opere moderne e lavori sperimentali ispirate in particolare al teatro della crudeltà di Artaud, come un celeberrimo Marat-Sade di Peter Weiss e  Us che faceva riferimento alla violenza della guerra in Vietnam.

Nel 1970 si trasferisce in Francia e fonda a Parigi il Centre international de creation thetrale, dove, sotto l’ influenza di Grotowski e del Living Theatre di Julian Beck, sono state sperimentate le possibili applicazioni teatrali di un linguaggio non significante, improvvisato e massimamente gestualizzato.

Viaggia a lungo in Africa, improvvisando spettacoli nei posti più sperduti. Poi torna a Parigi dove apre Les Bouffes du Nord e comincia a pensare e lavorare, anche con un lungo soggiorno in India, al Mahabarata, che diverrà uno spettacolo poetico e rigoroso di nove ore, allestito in una cava di pietra, poema indù di  settanta mila versi sull’ origine del mondo e la sua confusione e incertezza, restituendone, in una babele di lingue e razze, la verita’ profonda senza perderne il senso di favola.

Da allora non ha più smesso di girare il mondo con i suoi spettacoli, da quelli ironici, giocosi e malinconici legati al suo mal d’ Africa come Sizwe Banzi est mort di Fougard o The suit, riduzione scenica di un romanzo del sudafricano Chan Themba, a un’ invenzione sorprendente quale la sua Carmen, realizzata nel 1986 su una base di terra, trasformando i teatri in arene, con gli spettatori solo nelle balconate o in palcoscenico, riducendo l’ opera di Bizet quasi a un lavoro da camera, con quindici strumentisti e senza golfo mistico.

Del resto il suo Flauto magico mozartiano, vagheggiato per anni e che è arrivato quasi come un testamento nel 2011 al Piccolo di Milano, si avvaleva di un solo pianoforte, fiaba simbolica, lieve e profonda, che resta ormai un po’ come la summa esemplare delle teorie e del teatro di Brook, del suo spazio scenico vuoto in cui l’ intuizione porta a distillare il senso dell’ opera attraverso il corpo e la voce degli attori di tutte le culture. Un lavoro portato avanti fino all’ ultimo come la sua sesta volta appena nel novembre 2021 al Cucinelli di Solomeo con La Tempesta rivisita alla sua maniera, con una regia invisibile e assieme accuratissima nei particolari, in coppia con Marie-Helene Estienne.


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